... dal "Manifesto per Sinistra Ecologia Libertà" ottobre 2010.
Con il congresso di Sel nasce in Italia un soggetto politico nuovo.
I nostri principi fondamentali sono pace e non violenza, lavoro e giustizia sociale, sapere e
riconversione ecologica dell’economia e della società.
Il nostro orizzonte è un mondo futuro non dominato dalla forma di merce, nel quale il buon vivere
sarà una funzione della conoscenza, della sicurezza, della bellezza, della convivialità; un mondo
che metta in equilibrio città e campagna, ponendo un limite secco all’ipertrofia del cemento e della
chimica; un mondo non dipendente dai combustibili fossili e dall’uranio; policentrico e tutore della
variabilità: genetica, delle civiltà e dei linguaggi umani; capace di mettere al servizio di tutti la
scienza, la tecnologia, la rete. Un mondo in cui venga bandita la miseria e la fame, e in cui la
guerra diventi un tabù. Un mondo capace di guardare con rispetto e amore anche la dimensione
del “vivente non umano”. Un mondo in cui venga pattuito un nuovo inventario dei beni comuni
dell’umanità, non disponibili per interessi privatistici e speculativi, messi al riparo dall’egoismo e
dall’avidità: beni comuni naturali, aria, acqua, foreste, spazio; accesso di tutti ai medicinali e alle
cure sanitarie; equa distribuzione della conoscenza, dell’informazione, della tecnica.
La nostra missione è restituire la parola alle culture critiche europee, contribuire a costruire una
nuova larga sinistra in Italia ed in Europa, contribuendo, nel nostro paese, ad una alternativa
politica, sociale e culturale alla destra. Una destra che, pur segnata dai contrasti interni e dalla
incapacità di dare risposte positive al paese, è sempre più pericolosa per il disegno autoritario e
antisociale che incorpora.
La connessione tra le tre parole-concetto che stanno nel simbolo del nuovo partito non è né
scontata né storicamente sperimentata: della “sinistra” si parla nell’Europa di oggi per denunciarne
la crisi; “libertà” è abusata da una destra pervasa di umori populistici, autoritari, clericali, xenofobi,
razzisti, antisemiti, misogini, omofobici; “sinistra” e “ecologia” -nonostante il progredire di una
coscienza di massa sullo stato critico del pianeta - continuano a vivere largamente in conflitto.
Fonderle in una cultura comune, un progetto ed una programma è una grande impresa inedita.
Siamo nel pieno della stagione della crisi della politica, e della crisi verticale della forma-partito. La
crisi della politica ha ragioni profonde, di sistema. La globalizzazione neoliberista è stata una vera
e propria rivoluzione conservatrice. Essa ha strutturato poteri –economici, finanziari, militari- più
estesi degli Stati nazionali, più potenti di governi e movimenti politici. Le decisioni fondamentali non
passano per la rappresentanza democratica e il costituzionalismo delle istituzioni pubbliche. Le
istituzioni politiche non si sono internazionalizzate come il capitale e la merce, e la democrazia è
regredita negli Stati nazionali. Ma ci sono altri aspetti che hanno aggravato pesantemente la
tendenza. Il primo è il processo di omologazione culturale e ideologica che ha visto convergere
sotto le bandiere del liberismo gran parte della sinistra storica: questa abdicazione è stata
chiamata “riformismo”. Il secondo è il progressivo dilagare della questione morale, che ha
provocato in Italia il costituirsi di una parte della borghesia in “cricca”, e gran parte del ceto politico
in “casta”. E’ così che i partiti attuali sembrano l’esatto rovescio dei luoghi di socialità , di gratuità,
di solidarietà che ne hanno segnato la nascita il secolo scorso. La politica sembra restringersi a
vuota immagine e potere.
I cittadini e i lavoratori vivono tra adattamento, disincanto e protesta. Un nuovo soggetto politico
nasce legittimamente se appare, ed è nella realtà, radicalmente controcorrente, cioè portatore di
buona politica, di una riforma della politica. Fatti e movimenti politici vivi e innovativi continuano a
nascere in piazza e sul Web: dal “popolo viola” alla sollevazione per la libertà della cultura e
dell’informazione, dal referendum per l’acqua pubblica alle lotte contro le leggi “ad personam”, oltre
al rinnovato protagonismo di settori del lavoro dipendente, sia pubblico, a partire dai settori della
conoscenza, che privato, che hanno espresso in questi mesi una capacità di reazione imprevista,
di cui la vicenda di Pomigliano è la più nitida e feconda espressione. Eppure, le estreme difese del
lavoro si trovano spesso a doversi spettacolarizzare in forme inedite, segnalando per questa via il
progressivo distacco delle forme di rappresentanza tradizionali, a partire dai partiti politici, ma che
giungono fino alla crisi di rappresentatività espressa in molte vicende dai sindacati. In Puglia, in
controtendenza, sono emerse modalità organizzative vitali, affollate da giovani spesso al primo
approccio con l’impegno civile e politico, come le “Fabbriche di Nichi”, che costituiscono una delle
più significative novità della politica italiana, proprio perché sono svincolate da una logica
immediatamente legata alla sfera politico-istituzionale.
Nella sua prima esperienza di vita, dopo la sconfitta del 2008, Sel ha provato con tenacia ad unire
le forze della sinistra, ma la frantumazione ha fatto prevalere logiche identitarie e conservazione di
nicchie ideologiche. Bisogna spezzare l’incantesimo. Tutte le espressioni organizzate della
soggettività politica sono in crisi. Lo straordinario movimento No Global –la “seconda potenza
mondiale” dei primi anni del secolo-, che ha mostrato di saper andare al cuore dei problemi, che
pure in Italia attraversa una fase di crisi, dimostra, con le mobilitazioni contro il G20, la proposta
unitaria di partecipare alla mobilitazione europea dei sindacati oltre alle molte iniziative presenti nel
resto del pianeta, la persistenza delle ragioni che lo originarono e che ancora lo innervano: lo
straordinario successo della raccolta di firme per i referendum per l’acqua pubblica ne è una
conferma. Non bastano partiti politici, in crisi profonda. Il compito attuale è di ricostruire una
partecipazione democratica e di dare forza e credibilità ad una idea di trasformazione, sia nei
contenuti, che nelle pratiche. In particolare, riteniamo che ogni proposito di riforma della politica sia
vanificato se non parte dalla centralità della democrazia, non solo quella rappresentativa. Per
questo, così come sosteniamo l’indispensabilità dell’introduzione di meccanismi democratici nel
mondo del lavoro, come il voto sui contratti, allo stesso modo pensiamo che oggi le forze politiche
debbano promuovere, a tutti i livelli, strumenti di coinvolgimento e partecipazione, come le
primarie, sia al loro interno che nella società in cui operano. Dobbiamo e vogliamo dare un’anima
ed una speranza alla parola alternativa.
Sel deve mettersi a disposizione di un vero big bang, un nuovo inizio. Sel è una forza autonoma,
nel progetto e nella sua organizzazione, ed unitaria nella ricerca di alleanze politiche e sociali che
ricompongano la frantumazione presente. Intendiamo dare voce e rappresentanza a chi oggi non
si riconosce nell’attuale panorama politico e che vuole ritrovare un’unità di popolo che dia respiro
ad un progetto credibile e alternativo di governo del paese. Tutto il quadro immaginario di sistemi
iper maggioritari e bipartitici (nel quale è sorta e rapidamente tramontata l’illusione della
autosufficienza del Pd) è fallito. C’è dunque da costruire daccapo un pensiero, un programma, un
progetto, una leadership.
Ci vuole cultura e struttura. Ci vuole un’organizzazione, radicata e flessibile, giovane e coraggiosa:
un soggetto politico che si metta in rete con tutte le esperienze innovative, e che tessa il filo delle
idee e delle passioni autentiche. Che faccia della cooperazione la nuova modalità di vita associata.
“Sinistra, ecologia e libertà” vuole essere il lievito e il sale della costruzione della soggettività di una
nuova grande sinistra. La sinistra della libertà e dell’uguaglianza, del lavoro e dell’ambiente.
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mercoledì 15 giugno 2011
DOPO IL NOVECENTO
... dal "Manifesto per Sinistra Ecologia Libertà" ottobre 2010.
Il Novecento è finito. La contesa generale che ne ha scandito il calendario storico è stata quella tra
Capitale e lavoro: sterminate plebi hanno fatto il proprio ingresso sulla scena pubblica, si sono date
la forma e la cultura di un proletariato maturo, hanno plasmato la vita e lo stile delle nostre
democrazie, hanno rotto il gioco secolare dello schiavismo e del colonialismo. In quella lotta aspra
e spesso sanguinosa sul nesso che lega lavoro e libertà si sono stratificate le nuove culture della
modernità: l’utopismo e il riformismo dei nuovi movimenti di massa, il marxismo, il cristianesimo
sociale, il radicalismo liberal-democratico. Il Novecento è finito con la sconfitta del lavoro e la
vittoria del nuovo Capitale finanziario. Tra le sue macerie rischia di rimanere sepolta la speranza di
una società di “liberi ed eguali”, che pure illuminò l’intero secolo, mobilitando in forme inedite quelle
energie sociali e quelle passioni individuali che cambiarono il corso della storia. La sinistra
novecentesca è stata la proiezione sulla scena pubblica di una planetaria spinta di emancipazione
sociale e di liberazione umana. Nell’esperienza storica degli Stati comunisti quella spinta è stata
invece soffocata e capovolta, e all’annuncio del “regno della libertà” si è sostituita la cortina di ferro
e la pedagogia dei gulag. Anche le socialdemocrazie, che hanno realizzato uno straordinario
compromesso tra i diritti del lavoro e il mercato capitalistico, sono state travolte dalla forza
rivoluzionaria che la nuova destra conservatrice mondiale traeva dalla crisi vorticosa dell’Est.
Tra la “storia è finita” e la “guerra infinita” si è giocata un’intera partita di egemonia e di dominio
degli assetti di potere mondiale. Il potere ha tramutato la propaganda in pubblicità, ha reinventato
le forme dell’immaginario di massa, ha riplasmato i desideri collettivi, ha covato le “uova di
serpente” di una nuova antropologia, consumista fino all’auto-cannibalismo e individualisticamente
nevrotica: non l’egoismo maturo di marxiana memoria, ma un egoismo dissipativo e cieco, capace
di trasmutare la libertà in una coazione infinita all’acquisizione di status symbol. L’individuo,
maschio e occidentale, compratore e venditore è il protagonista del mondo-market postnovecentesco.
Un mondo soffocato dai gas serra, assediato dal cemento, avvelenato,
desertificato, in piena crisi entropica. Il liberismo è stato ed è la narrazione “naturale” della
vocazione alla libertà predatoria, e la sinistra si è data come compito quello di temperare il calore
incandescente dell’umanità subordinata all’economia e dell’economia subordinata alla finanza.
Anche la politica è mercato, mercato elettorale. Dimensione pubblica del totalitarismo del privato.
Discorso pubblico sulla fine del primato del pubblico. Una modernità virtuale e veloce, incapace
tuttavia di fare i conti con le proprie ascendenze arcaiche: in particolare gli effetti perversi del
patriarcato in crisi e i suoi colpi di coda e il riproporsi del maschile come primato, che intende
sussumere il “femminile” come corredo e cornice, come allusione o “quota rosa”, senza mai
mettere in crisi le forme del politico e una architettura istituzionale che è escludente. Il regresso a
forme del diritto che evadono dai doveri dell’universalismo e riscoprono il fascino di una
legittimazione legata alla stirpe, al sangue e alla terra. La criminalizzazione dei poveri, nelle forme
di uno “Stato penale sovrannazionale” che usa i migranti come regolatore del costo del lavoro
globale e come capro espiatorio di qualsivoglia psicosi sociale causata da qualsivoglia crisi.
L’espulsione delle giovani generazioni dalla costruzione di futuro, in quanto la precarietà diviene un
tema unificante l’intero tempo di vita, dal mercato dei lavori atipici alle devastanti solitudini
metropolitane.
C’è un dolore incontenibile nelle forme antiche e nuove della “questione sociale”, nella geografia
dei lavori frammentati e orfani di tutela, nelle stratificazioni del non lavoro, nello smottamento dei
ceti medi verso le sabbie mobili dell’incertezza e dell’impoverimento, nella fatica di dare
rappresentazione pubblica e valore politico a ciascuna di queste esperienze di vita dimezzata, di
vita appesa, di vita a rischio. C’è un dolore persino straziante nello sfibramento della democrazia e
delle sue istituzioni, nella crisi del costituzionalismo democratico, e qui in Italia nel violento
precipitare in un “vuoto di democrazia” colmato dalla videocrazia, dalla censura di Stato, da poteri
opachi (e talvolta eversivi) che si auto-legittimano nei modi di un moderno populismo reazionario.
C’è un dolore anche inedito nella percezione della dissipazione irreparabile di vita e civiltà che si
consuma nell’oltraggio alla biodiversità e nell’aggressione mercificante alla natura. Qui c’è il vuoto
drammatico di sinistra. Qui c’è per intero il senso e il bisogno della sinistra. Non la sinistra delle
nostre biografie intellettuali, di tutte le nostre scissioni, del cumulo di torti e di ragioni che ciascuno
di noi si porta addosso. La sinistra che raccoglie e moltiplica domande di libertà e di eguaglianza
oggi più che mai soffocate e manipolate. La sinistra che ha bisogno di un popolo, il popolo ha
bisogno di una sinistra nuova, dell’eguaglianza, non dogmatica, libera, plurale e unitaria. Ecco: noi
vogliamo aprire il cantiere, non vogliamo chiuderlo. Vogliamo riaprire la partita, prima ancora che
aprire un partito. Vogliamo farlo in un percorso nuovo, in cui i luoghi che costruiremo non hanno la
presunzione di essere autosufficienti e definitivi. Vogliamo un soggetto politico, ecologista e
libertario, proprio per costruire un’alternativa al moderno capitalismo, che ci metta in cammino, che
ci aiuti a incontrare tante e tanti che come noi, ma diversamente da noi, cercano il vocabolario
della sinistra di un secolo nuovo.
Il Novecento è finito. La contesa generale che ne ha scandito il calendario storico è stata quella tra
Capitale e lavoro: sterminate plebi hanno fatto il proprio ingresso sulla scena pubblica, si sono date
la forma e la cultura di un proletariato maturo, hanno plasmato la vita e lo stile delle nostre
democrazie, hanno rotto il gioco secolare dello schiavismo e del colonialismo. In quella lotta aspra
e spesso sanguinosa sul nesso che lega lavoro e libertà si sono stratificate le nuove culture della
modernità: l’utopismo e il riformismo dei nuovi movimenti di massa, il marxismo, il cristianesimo
sociale, il radicalismo liberal-democratico. Il Novecento è finito con la sconfitta del lavoro e la
vittoria del nuovo Capitale finanziario. Tra le sue macerie rischia di rimanere sepolta la speranza di
una società di “liberi ed eguali”, che pure illuminò l’intero secolo, mobilitando in forme inedite quelle
energie sociali e quelle passioni individuali che cambiarono il corso della storia. La sinistra
novecentesca è stata la proiezione sulla scena pubblica di una planetaria spinta di emancipazione
sociale e di liberazione umana. Nell’esperienza storica degli Stati comunisti quella spinta è stata
invece soffocata e capovolta, e all’annuncio del “regno della libertà” si è sostituita la cortina di ferro
e la pedagogia dei gulag. Anche le socialdemocrazie, che hanno realizzato uno straordinario
compromesso tra i diritti del lavoro e il mercato capitalistico, sono state travolte dalla forza
rivoluzionaria che la nuova destra conservatrice mondiale traeva dalla crisi vorticosa dell’Est.
Tra la “storia è finita” e la “guerra infinita” si è giocata un’intera partita di egemonia e di dominio
degli assetti di potere mondiale. Il potere ha tramutato la propaganda in pubblicità, ha reinventato
le forme dell’immaginario di massa, ha riplasmato i desideri collettivi, ha covato le “uova di
serpente” di una nuova antropologia, consumista fino all’auto-cannibalismo e individualisticamente
nevrotica: non l’egoismo maturo di marxiana memoria, ma un egoismo dissipativo e cieco, capace
di trasmutare la libertà in una coazione infinita all’acquisizione di status symbol. L’individuo,
maschio e occidentale, compratore e venditore è il protagonista del mondo-market postnovecentesco.
Un mondo soffocato dai gas serra, assediato dal cemento, avvelenato,
desertificato, in piena crisi entropica. Il liberismo è stato ed è la narrazione “naturale” della
vocazione alla libertà predatoria, e la sinistra si è data come compito quello di temperare il calore
incandescente dell’umanità subordinata all’economia e dell’economia subordinata alla finanza.
Anche la politica è mercato, mercato elettorale. Dimensione pubblica del totalitarismo del privato.
Discorso pubblico sulla fine del primato del pubblico. Una modernità virtuale e veloce, incapace
tuttavia di fare i conti con le proprie ascendenze arcaiche: in particolare gli effetti perversi del
patriarcato in crisi e i suoi colpi di coda e il riproporsi del maschile come primato, che intende
sussumere il “femminile” come corredo e cornice, come allusione o “quota rosa”, senza mai
mettere in crisi le forme del politico e una architettura istituzionale che è escludente. Il regresso a
forme del diritto che evadono dai doveri dell’universalismo e riscoprono il fascino di una
legittimazione legata alla stirpe, al sangue e alla terra. La criminalizzazione dei poveri, nelle forme
di uno “Stato penale sovrannazionale” che usa i migranti come regolatore del costo del lavoro
globale e come capro espiatorio di qualsivoglia psicosi sociale causata da qualsivoglia crisi.
L’espulsione delle giovani generazioni dalla costruzione di futuro, in quanto la precarietà diviene un
tema unificante l’intero tempo di vita, dal mercato dei lavori atipici alle devastanti solitudini
metropolitane.
C’è un dolore incontenibile nelle forme antiche e nuove della “questione sociale”, nella geografia
dei lavori frammentati e orfani di tutela, nelle stratificazioni del non lavoro, nello smottamento dei
ceti medi verso le sabbie mobili dell’incertezza e dell’impoverimento, nella fatica di dare
rappresentazione pubblica e valore politico a ciascuna di queste esperienze di vita dimezzata, di
vita appesa, di vita a rischio. C’è un dolore persino straziante nello sfibramento della democrazia e
delle sue istituzioni, nella crisi del costituzionalismo democratico, e qui in Italia nel violento
precipitare in un “vuoto di democrazia” colmato dalla videocrazia, dalla censura di Stato, da poteri
opachi (e talvolta eversivi) che si auto-legittimano nei modi di un moderno populismo reazionario.
C’è un dolore anche inedito nella percezione della dissipazione irreparabile di vita e civiltà che si
consuma nell’oltraggio alla biodiversità e nell’aggressione mercificante alla natura. Qui c’è il vuoto
drammatico di sinistra. Qui c’è per intero il senso e il bisogno della sinistra. Non la sinistra delle
nostre biografie intellettuali, di tutte le nostre scissioni, del cumulo di torti e di ragioni che ciascuno
di noi si porta addosso. La sinistra che raccoglie e moltiplica domande di libertà e di eguaglianza
oggi più che mai soffocate e manipolate. La sinistra che ha bisogno di un popolo, il popolo ha
bisogno di una sinistra nuova, dell’eguaglianza, non dogmatica, libera, plurale e unitaria. Ecco: noi
vogliamo aprire il cantiere, non vogliamo chiuderlo. Vogliamo riaprire la partita, prima ancora che
aprire un partito. Vogliamo farlo in un percorso nuovo, in cui i luoghi che costruiremo non hanno la
presunzione di essere autosufficienti e definitivi. Vogliamo un soggetto politico, ecologista e
libertario, proprio per costruire un’alternativa al moderno capitalismo, che ci metta in cammino, che
ci aiuti a incontrare tante e tanti che come noi, ma diversamente da noi, cercano il vocabolario
della sinistra di un secolo nuovo.
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